- …ed è per tutti questi motivi, e per un sacco di altri che non ti ho detto, che ti odio dal più profondo del mio cuore, Serena. Ti odio come Michael Douglas odia Katleen Turner nella Guerra dei Roses quando lei gli ammazza il cane e glielo fa mangiare, anche se poi non era vero. Un odio viscerale, maturato negli anni, mesi, giorni e ore che ho passato con te. Sette fottuti anni di convivenza che mi hanno reso quello che sono ora. Che non è come ero sette anni fa. Sette anni fa ero libero, felice, vincente. Oggi sono al livello più basso della mia personale scala evolutiva dell’autostima umana che va da “Merda Secca” a “Robbie Williams”. Ricapitolando: Serena, io ti odio a morte.
E questa è la prima della lista. Non necessariamente la più importante, ma da qualche parte dovevo iniziare. Serena, la mia (ex)compagna. Ne restano altri undici. Coraggio.
Mi chiamo Giovanni Pastrone e ho deciso di farla finita. Scendere dal palcoscenico della mia vita durante il suo atto più noioso e inutile. Ma lascerò un ricordo di me. Niente di eclatante, giusto un rumore di sottofondo, un’eco sottile e costante che continuerà a rimbalzare nelle orecchie di chi rimane.
Insomma, prima di suicidarmi voglio dire e fare a tutte le persone che odio tutto quello che non ho mai detto né fatto loro nel corso della mia esistenza.
Perché proprio ora e non prima? Perché sono un codardo. E l’idea di non esserci più domani mi da tutta la forza di cui ho bisogno. Probabilmente se avessi avuto il coraggio di esprimere le mie emozioni al momento giusto invece di soffocarle dentro di me, adesso non avrei compilato questa lista, non starei pensando al modo più rapido e indolore per togliermi la vita e bla bla bla. Ma ormai è così.
Il secondo della lista è Paolino, il classico compagno di classe delle medie che ti prendeva in giro e umiliava davanti a tutti per un difetto fisico. Nel mio caso: rachitismo. Paolino era l’archetipo del bullo: grande, grosso e cattivo. Non lo rivedo da vent’anni ma ho pensato spesso a lui e a quei tristissimi pomeriggi piovosi passati nella mia stanzetta, solo, a rimuginare su quanto ero magro e brutto, nessuna donna al mondo mi avrebbe mai voluto.
Nei ricordi d’infanzia tutto è grande, grosso e cattivo. Poi il tempo passa, si cresce e si ridimensiona ogni cosa. E’ capitato a tutti di tornare nella propria scuola elementare per votare alle elezioni e ritrovarsi a dire, sorpresi: “Ma le aule erano così piccole?”
Paolino invece no. Paolino ha letteralmente rispettato le proporzioni tra me e lui ed ora è un omone di 1,97 metri per 110 kili. E abita ancora nella stessa casa, un imponente villone a tre piani. Suono il campanello e viene ad aprirmi proprio lui. Sono pronto.
- Paolo Carsaniga?
- Sono io.
STOCK
Come sotto l’effetto di un’ipnotista che mi abbia sussurrato nell’orecchio “al mio 3 sarai Mike Tyson” sferro un preciso destro sul naso di Paolino e glielo rompo. Paolino si porta le mani al naso, che sanguina, e piange come un bambino. Un secondo dopo sono in strada che corro. “Al mio 3 sarai Carl Lewis”.
Sentire le cartilagini del naso di Paolino, proprio quel naso, che si frantumano sotto le mie nocche è stata una sensazione inedita e inebriante. E non dovrei suicidarmi?
Mara, Veronica, Egidio, Giuliana, Ivan e Kriko, rispettivamente ex del liceo, cugina, amico del mare, una che non me l’ha data, compagno del corso di spinning e insegnante di fisica, rispettivamente terza, quinta, sesto, settima, nono e undicesimo della lista, non so come raggiungerli fisicamente così li liquido, rispettivamente, via telefono, via sms, via mail, via facebook, via sms, via mail.
Alessio, il quarto della lista, agente immobiliare, è morto tre anni fa e riposa al cimitero maggiore. Gli faccio comunque un discorso sulla sua tomba, che ruota tutto intorno a quel merdosissimo bilocale che mi ha rifilato anni fa, prima che mi sistemassi a casa di Serena, bilocale che non sono mai riuscito a rivendere e il cui mutuo non ho ancora finito di pagare (la scelta del suicidio continua a non deludermi).
Ne mancano tre.
Rodolfo il benzinaio, ottavo.
L’edicolante, decimo.
Mio padre, dodicesimo e ultimo posto.
Rodolfo è sempre stato il mio benzinaio di fiducia fino all’anno scorso, quando cioè ha tentato di sostituire la lampadina bruciata del faro anteriore destro della mia Clio con la lampadina che avevo già in dotazione. Lampadina che, trafficando maldestramente tra cavi e metallo, ruppe. Mi costrinse così a comprarne una nuova, senza sconto alcuno, dal suo negozio. L’errore era suo, ma non ne volle sapere.
Vado a trovarlo, faccio il pieno alla mia Clio, entro nel suo negozio, ci salutiamo, quanto tempo, come va, gli prendo tutte le lampadine per gruppi ottici dallo scaffale, le butto sul pavimento e le disintegro sistematicamente sotto le mie scarpe. Poi vado via senza pagare. Ha preso il mio numero di targa. Tanto domani sarò morto, coglione!
L’edicolante, dal nome sconosciuto e dall’età indefinita, uno di quelli che rimangono identici a sé stessi nei decenni, mi aveva sorpreso da piccolo a rubare una rivista pornografica dalla sua edicola e mi aveva sputtanato davanti a tutti gli altri avventori. Da allora il mio istinto cleptomane si spense (non quello per la pornografia, però) ma l’onta di quel giorno mi si è marchiata a fuoco nell’anima.
Vado alla sua edicola di notte, quando è chiusa e lui non c’è, armato di carriola con dentro svariati chili di pornografia cartacea gay e un grosso barattolo di Bison, la colla del bisonte. Ci metto quattro ore ma alla fine ho tappezzato l’intera edicola di immagini di uomini nudi in atti talmente osceni da far arrossire John Waters.
È l’alba, arriva l’edicolante. Mi godo lo spettacolo fino a tarda mattinata. Alla fine lui opta per dare fuoco alla baracca, sotto gli occhi perplessi e disgustati dei passanti, nessuno dei quali si è degnato di dargli il benché minimo aiuto per scrostare via quel sudiciume fotografico. Un fenomeno sociale interessante e divertente allo stesso tempo.
Tocca, infine, a mio padre. Mio padre, bè…mi aveva messo al mondo. Anche mia madre, ma almeno lei non mi picchiava.
- Ti odio, papà.
- Anch’io, figlio.
Fine della lista. Inizio della seconda parte.
La seconda parte è più rapida e indolore di quanto pensassi. Dopo varie ipotesi e ripensamenti arrivo alla conclusione che un bel salto dal dodicesimo piano del palazzo più alto della città è la cosa migliore da fare. Solo tu e la morte. Niente cappi né pistole né strane sostanze di mezzo. E poi non ho mai avuto paura dell’altezza. Ho anche pensato di buttarmi di testa così sarei sicuramente morto sul colpo, ma con mia grande sorpresa mi ritrovo a mezz’aria in posizione da paracadutista. Istinto di sopravvivenza, forse. Uno stupido istinto di sopravvivenza. E mentre penso tutto ciò, sono già nel Grande Bianco.
Giuro, non ho nemmeno sentito l’impatto. Forse sono morto d’infarto prima di toccare il suolo. In ogni caso sono qui, al cospetto di Dio, e c’è già un problema. Dal mio punto di vista, perlomeno.
- Ma come, non sei contento?
- No!
- Ti restituisco la vita. Ti rispedisco indietro. Una seconda chance. E’ il sogno di tutti!
- Non il mio! Io voglio restare morto!
- Hai per caso “regolato i conti” coi tuoi nemici?
- Non eri tu che sai tutto?
- Infatti, cretino. Ti ho scelto apposta.
- Ma…?!
- Un semplice test. Sei tu, ho deciso.
- Io cosa?
- Il Nuovo Messia. Riporterai il Verbo sulla Terra e sconfiggerai Satana. I tuoi dodici discepoli saranno le dodici persone che più hai odiato in vita. Non sarà facile convincerle, ma è proprio per questo che ti ho scelto.
- Frena frena! Ma non c’è Gesù per questo?!
- Lascia stare.
- Ma io…io…perché non ci va lui?!
- Ho detto: lascia stare.
- Io no, io non torno sulla Terra da quegli stronzi…il messia, ma siamo pazzi?! per una volta che trovo il coraggio di mandarli affanculo, e certe cose mai mi sarei sognato, come l’edicola, e poi mio padre, pazzesco, e il suicidio! il suicidio ci vuole coraggio, io l’ho fatto, sono un figo, ho fatto tutto e alla grandissima…
- Ciccio! Non è una proposta.
- …
- Ora vai.
- Uno dei dodici è morto.
- Mai stato un problema. Fila via.
E rieccomi qui, al dodicesimo piano del palazzo più alto della città. Ovvio che ci riprovo. Indovina? Neanche un graffio. Maporcatroia.
- Serena? Uèè…ciao. No, niente, ti ho chiamata…ma disturbo? Serena? Pronto? Pronto?
L’approccio, lo ammetto, è la cosa più umiliante e imbarazzante che mi sia capitata in vita, più dei soprusi di Paolino, più della scenata dall’edicolante. Il tutto moltiplicato per dodici. E non posso nemmeno giocarmi il colpo di scena della resurrezione, perché Dio ha pensato bene di cancellare la notizia della mia morte dal mondo. “Se no non funziona”, ha detto. Va bè.
Ma, lo ammetto, una volta faccia a faccia col nemico il gioco è fatto.
È incredibile come la gente tenda a crederti quando trasformi sotto i loro occhi l’acqua, tanta acqua, in vino. Mi sento un po’ supereroe, un po’ stronzo. Una sensazione magnifica. La sensazione più appagante che un uomo può provare non è mandare affanculo i propri nemici ma farne propri seguaci adoranti. Ora lo so.
E così l’Anti-Satan Squad (ho avuto libertà di scelta sul nome) è presto unita e pronta a combattere il Maligno. Non avrei mai immaginato sotto quali spoglie si nascondeva. È davvero la cosa più incredibile che abbia mai visto, giuro.
Comunque sia, io e i dodici sconfiggiamo Satana e lo ricacciamo all’Inferno. “Ma non finisce quiiiiii…”, urla mentre sprofonda nell’abisso.
È tutto finito. Tutto è tornato come prima. Neanche un grazie da parte dell’Altissimo. Ma forse è questo il destino degli eroi una volta compiuta la missione della loro vita.
Io non ho più poteri, non sono più il messia, non sono nemmeno morto e i miei dodici discepoli sono tornati miei nemici illibati.
Ne sono prove visibili l’edicola intonsa, il naso di Paolino senza cerotto, l’impassibilità di Serena durante il coito e il maledetto mutuo del bilocale che devo sempre finire di pagare.
Amen.
venerdì 27 marzo 2009
venerdì 13 marzo 2009
ASSO di CUORI
Avevo organizzato un incontro con un editore per Pikkio. Un editore medio-piccolo, uno a cui mostrare il suo book e poi, chissà, magari lo faceva anche lavorare.
Pikkio sapeva disegnare. Era un talento nato. Passava dalla tela alla tavola con una disinvoltura che ha del soprannaturale. Da pittore a fumettista, contemplando tutte le tecniche grafiche conosciute. Da quell’incontro a me non veniva nulla, era semplicemente un favore che facevo a lui in nome della nostra forzata amicizia. Io ero il suo unico amico, nel senso che ero l’unico che lo sopportava e supportava. E poi sì, mi piaceva scrivere. Da anni avevo scritto la sceneggiatura di un fumetto che Pikkio doveva disegnare e grazie al quale saremmo diventati famosi: “Asso di Cuori”, il super-eroe romantico. Ma Pikkio non aveva mai disegnato un beneamato cazzo di quella storia. Io non avevo il suo talento creativo ma perlomeno ero riuscito a trasformare la mia passione in professione. Lui no.
Il giorno dell’appuntamento arriva, io mollo il lavoro per quel pomeriggio e rientro in paese dai miei. Dove abita Pikkio. Lui in provincia, io nella Grande Città. Telefono a casa di Pikkio. Siamo in anticipo di un’ora sull’appuntamento, molto bene. Meglio far le cose con calma, che poi la strada non la conosco, l’ho vista solo sulla cartina e insomma, meglio fare con calma. Il telefono squilla e Pikkio non risponde. Non risponde. Non risponde. Sarà al cesso. Sarà momentaneamente fuori. È un mese che pianifico questo appuntamento per lui, l’ho pure sentito stamattina, era tutto ok. Gli sarà mica successo qualcosa?
Pikkio dormiva. Era in casa ma dormiva. Il mio squillante squillare telefonico non l’ha svegliato. Al decimo tentativo e alla 43esima bestemmia rinuncio e sto per tornarmene a casa mia nella Grande Città quando il telefono squilla. A quei tempi il cellulare era ancora per ricchi snob e uscire di casa significava “sono irraggiungibile” nel senso etimologico del termine. All’appuntamento mancavano pochi minuti, ormai era perso, perché avrei dovuto rispondere? Pikkio si era bruciato l’ennesima occasione, che si fotta.
- Pron-to. (a denti digrignati)
- Ricky, sono Pikkio…mi hai chiamato?
- Ma dove cazzo eri?!
- E…mi sono addormentato.
- Vaffanculo.
- Arrivo, arrivo! Prendo la vespa…
- Vaffanculo, io me ne torno a casa! Oggi ho mollato il lavoro per te!
Stacco. Esterno strada.
Una vespa sguscia nel traffico dribblando auto e passanti. Alla guida un coglione con casco e occhiali da aviatore. Dietro un altro coglione con casco giocattolo e una cartella sotto il braccio ricolma di disegni. Pure il book mi tocca portargli. E a ogni buca rischio la vita. Dio quanto pesa ‘sto cazzo di book.
Stacco. Interno di un ufficio.
- mmm…
L’orologio segna le 17:54. Ventiquattro minuti di ritardo.
Ermanno Pozzi siede statuario dietro la sua scrivania nel suo ufficio. 90 chili d’uomo in giacca e cravatta, con barba santaclausiana. Ermanno Pozzi è l’editore medio-piccolo.
- mmm…
Ermanno Pozzi osserva con aria seria il book di Pikkio, ma proprio il book in quanto oggetto: lo apre a una pagina a caso e non lo sfoglia. Lo fissa per infiniti secondi senza dire una parola. Illustrazioni ad acquarello, illustrazioni digitali, splash-page, tavole a china, tavole a matita, storyboards, characters, studi di ambienti e ancora illustrazioni, tavole, tavole, tavole, c’è tutto l’immaginario malato e colorato di Pikkio in quel book. L’incubo di un coniglio rosa in acido deportato sull’isola di “The Prisoner”. Che rimane lì, non visto.
Un altro paio di “mmm…” ed Ermanno Pozzi si decide a parlare.
- Si tratta di fare il logo di Dell’Oro Ferramenta. Cambiano insegna. Li fai i loghi?
Stacco. Esterno bar.
- Avevi detto che era un editore medio-piccolo.
Io e Pikkio siamo seduti a un tavolino fuori da un bar. La vespa è parcheggiata dietro di noi. Davanti a noi, invece, un Aperol, un Campari e qualche patatina. Allora l’happy-hour si chiamava aperitivo. Il book di Pikkio giace ai suoi piedi, molle e triste come una teen-ager al ballo di fine anno che nessuno ha invitato a ballare.
- Ma lo è.
- E cosa pubblica? Riviste di bulloni?
- Fa un po’ di tutto, come tutti. Devi adattarti, Pikkio, o non lavorerai mai. Non come disegnatore.
- Io lavoro tantissimo come disegnatore!
- E ti paghi l’affitto con quello?!
- Io vivo coi miei!
- Appunto!
Secondo Aperol. Secondo Campari.
- Quindi, Ricky, fammi capire: io passo più tempo a disegnare che a respirare ma in realtà non è un lavoro perché non ricevo soldi in cambio?
- Esatto.
- Per me disegnare è fatica, sudore, disperazione, notti in bianco, depressione, rinascita, adrenalina, speranza…e poi ancora fatica, sudore e disperazione, tutto il giorno, tutti i giorni. Questo è il mio lavoro!
- Oggi dormivi.
- Quando dormo sogno! E i sogni mi ispirano!
- E quando ti droghi? Uguale?
- Sì!
- Il punto è che non puoi andare avanti così. Prima o poi dovrai cavartela da solo. Dovrai mantenerti in qualche modo. E ti auguro che sia grazie al tuo talento.
Terzo Aperol. Terzo Campari.
- Ma perché tu, scusa…tu ti mantieni col tuo “talento”?
- Abbastanza.
- Fai il supervisore in una microscopica casa editrice che pubblica pornazzi da caserma!
- “Erotizzatore”, prego.
- Erotizzatore, scusa! Che cazzo vuol dire poi?! Non l’ho mai capito!
- Descrivo a un disegnatore come attualizzare le scene erotiche dei fumetti pubblicati in passato. Più sudore, più linee cinetiche, più liquidi…stile manga insomma. Poi li ripubblicano come nuovi, con una nuova copertina.
- Ma ti rendi conto?!
- Io l’affitto me lo pago!
- E che fine ha fatto il nuovo Frank Miller?! Che fine ha fatto lo sceneggiatore che voleva cambiare il mondo dei fumetti?! Che fine ha fatto…
- Non esagerare.
- Fammi parlare! Che fine ha fatto il migliore studente del corso di sceneggiatura della Scuola d’Arte Sequenziale? Che fine hanno fatto le sue clamorose sceneggiature?
- Non esagerare.
- Ti ho portato io alla Scuola d’Arte Sequenziale! E ora mi mancano le tue sceneggiature!
- Ma se non ne hai mai finita una! Disegni le prime due tavole, poi ti rompi il cazzo e molli tutto! Per forza ti mancano le mie sceneggiature! Non te ne do più!
- Lo sai perché? Perché tu hai smesso di scrivere!
Quarto Aperol. Quarto Campari.
- Qui dentro c’è il nostro “Asso di Cuori”…l’ho finito, sai?
Pikkio prende in mano il suo book.
- Ah. Tutte e 92 le tavole?
- Sì.
- Ma…incredibile. Ormai avevo perso la speranza…
- E invece.
- Bastavano 4 o 5 tavole per presentarlo a un editore…perché non mi hai detto nulla?
- Le ho disegnate tutte.
- Ma quando…ma ce le hai tutte qui? Fa’ vedere…
- Non te l’aspettavi, eh? Sono drogato, mi rompo il cazzo…e invece l’ho finito! Tutto!
- Fammi vedere, dai!
- No.
- Dai! Molla!
Gli prendo con la forza il book e mi metto a guardare le sue tavole…non posso crederci, l’ha fatto veramente. “Asso di Cuori” è lì davanti a me, sotto i miei occhi. Quelle tavole sono esattamente come le avevo immaginate e descritte nella mia sceneggiatura. Quelle tavole sono favolose.
Poi Pikkio mi strappa di mano il book e lo butta a terra.
- Ma sei scemo?!
Poi prende il suo quinto Campari, ancora bello pieno, e lo versa all’interno del suo book. Estrae lo zippo nero con cui riscalda e fonde il fumo, lo accende e ce lo butta sopra.
Il book prende fuoco. Illustrazioni, splash-page, tavole a matita, tavole a china, storyboards, characters, acquarelli, digitale, le 92 tavole finite di “Asso di Cuori”…tutto l’immaginario malato e colorato di Pikkio e, in parte, il mio, prende magicamente vita in un vortice di fiamme danzanti, spiriti gialli e arancioni e demoni di fumo nero.
Il mondo di Pikkio e, in parte, il mio, prende vita ma per poco. Presto diventa soltanto carta che brucia e fumo che si disperde al vento. Un piccolo atto vandalico agli occhi stupiti e perplessi degli avventori del bar. Un enorme catastrofe agli occhi dell’Arte Sequenziale.
Pikkio osserva le fiamme levarsi dal suo book a terra come Hendrix la sua Fender, e in quel momento hanno lo stesso sguardo.
Le fiamme di Hendrix sublimavano il suo orgasmo creativo, erano il prolungamento stesso del suo inarrestabile estro chitarroso racchiuso nelle sue dita stregate quando finivano le note sulla tastiera del manico Stratocaster. Non poteva che bruciare lo strumento e vederne sprigionare il fuoco come ultimo assolo possibile.
Le fiamme di Pikkio sublimano la sua sconfitta. Una sconfitta masochista, auto-imposta, auto-lesionista. La vittoria della sconfitta. Quel fuoco, in qualche modo, sublima la personalissima arte di Pikkio. Oltre la pubblicazione, oltre il pubblico, oltre le critiche, oltre la consacrazione. Soltanto l’atto di vivere un istante e poi sparire. Un anno di lavoro per creare un’opera completa e un minuto per annientarla. Non letta, non vista, non apprezzata se non dall’autore stesso.
Sublime metafora dell’Arte o colossale stronzata?
Comunque la si veda, “Asso di Cuori” va in cenere. E io osservo ammutolito come davanti al video amatoriale di un incidente mortale. Non so che dire, né che fare. Resto a guardare. Proprio come davanti a un video amatoriale: ti disgusta ma lo guardi lo stesso, un po’ perché ti piace, un po’ perché pensi che in fondo potrebbe anche essere finto. Di fatto non muovi un dito, né per cambiare canale né per fermare quel cerebroleso del cazzo che ha appena bruciato la miglior graphic novel che tu abbia mai scritto nella tua breve e insensata carriera.
Sto per fare qualcosa, tipo buttare acqua sul rogo o dare un pugno in faccia a Pikkio, o almeno dire qualcosa, qualcosa che suggelli quel momento o anche no, mi basta anche solo un urlo, una bestemmia, un vaffanculopikkiotiodio…ma il barista mi precede.
- Pagate aperol e campari, poi fuori dai coglioni o vi denuncio.
Io e Pikkio paghiamo, risaliamo in Vespa e torniamo alle rispettive case. Non ci salutiamo nemmeno.
Sono passati quindici anni da quel giorno. Io continuo a sopravvivere col mio “talento” e torno sempre più raramente al paese dei miei genitori. Non ho più visto né sentito Pikkio. Non so che fine abbia fatto.
La cosa strana è che, a volte, quando fisso intensamente il fuoco di un camino o la fiamma di uno zippo rivedo la faccia di Asso di Cuori, super-eroe immolato sul rogo per la causa.
Pikkio sapeva disegnare. Era un talento nato. Passava dalla tela alla tavola con una disinvoltura che ha del soprannaturale. Da pittore a fumettista, contemplando tutte le tecniche grafiche conosciute. Da quell’incontro a me non veniva nulla, era semplicemente un favore che facevo a lui in nome della nostra forzata amicizia. Io ero il suo unico amico, nel senso che ero l’unico che lo sopportava e supportava. E poi sì, mi piaceva scrivere. Da anni avevo scritto la sceneggiatura di un fumetto che Pikkio doveva disegnare e grazie al quale saremmo diventati famosi: “Asso di Cuori”, il super-eroe romantico. Ma Pikkio non aveva mai disegnato un beneamato cazzo di quella storia. Io non avevo il suo talento creativo ma perlomeno ero riuscito a trasformare la mia passione in professione. Lui no.
Il giorno dell’appuntamento arriva, io mollo il lavoro per quel pomeriggio e rientro in paese dai miei. Dove abita Pikkio. Lui in provincia, io nella Grande Città. Telefono a casa di Pikkio. Siamo in anticipo di un’ora sull’appuntamento, molto bene. Meglio far le cose con calma, che poi la strada non la conosco, l’ho vista solo sulla cartina e insomma, meglio fare con calma. Il telefono squilla e Pikkio non risponde. Non risponde. Non risponde. Sarà al cesso. Sarà momentaneamente fuori. È un mese che pianifico questo appuntamento per lui, l’ho pure sentito stamattina, era tutto ok. Gli sarà mica successo qualcosa?
Pikkio dormiva. Era in casa ma dormiva. Il mio squillante squillare telefonico non l’ha svegliato. Al decimo tentativo e alla 43esima bestemmia rinuncio e sto per tornarmene a casa mia nella Grande Città quando il telefono squilla. A quei tempi il cellulare era ancora per ricchi snob e uscire di casa significava “sono irraggiungibile” nel senso etimologico del termine. All’appuntamento mancavano pochi minuti, ormai era perso, perché avrei dovuto rispondere? Pikkio si era bruciato l’ennesima occasione, che si fotta.
- Pron-to. (a denti digrignati)
- Ricky, sono Pikkio…mi hai chiamato?
- Ma dove cazzo eri?!
- E…mi sono addormentato.
- Vaffanculo.
- Arrivo, arrivo! Prendo la vespa…
- Vaffanculo, io me ne torno a casa! Oggi ho mollato il lavoro per te!
Stacco. Esterno strada.
Una vespa sguscia nel traffico dribblando auto e passanti. Alla guida un coglione con casco e occhiali da aviatore. Dietro un altro coglione con casco giocattolo e una cartella sotto il braccio ricolma di disegni. Pure il book mi tocca portargli. E a ogni buca rischio la vita. Dio quanto pesa ‘sto cazzo di book.
Stacco. Interno di un ufficio.
- mmm…
L’orologio segna le 17:54. Ventiquattro minuti di ritardo.
Ermanno Pozzi siede statuario dietro la sua scrivania nel suo ufficio. 90 chili d’uomo in giacca e cravatta, con barba santaclausiana. Ermanno Pozzi è l’editore medio-piccolo.
- mmm…
Ermanno Pozzi osserva con aria seria il book di Pikkio, ma proprio il book in quanto oggetto: lo apre a una pagina a caso e non lo sfoglia. Lo fissa per infiniti secondi senza dire una parola. Illustrazioni ad acquarello, illustrazioni digitali, splash-page, tavole a china, tavole a matita, storyboards, characters, studi di ambienti e ancora illustrazioni, tavole, tavole, tavole, c’è tutto l’immaginario malato e colorato di Pikkio in quel book. L’incubo di un coniglio rosa in acido deportato sull’isola di “The Prisoner”. Che rimane lì, non visto.
Un altro paio di “mmm…” ed Ermanno Pozzi si decide a parlare.
- Si tratta di fare il logo di Dell’Oro Ferramenta. Cambiano insegna. Li fai i loghi?
Stacco. Esterno bar.
- Avevi detto che era un editore medio-piccolo.
Io e Pikkio siamo seduti a un tavolino fuori da un bar. La vespa è parcheggiata dietro di noi. Davanti a noi, invece, un Aperol, un Campari e qualche patatina. Allora l’happy-hour si chiamava aperitivo. Il book di Pikkio giace ai suoi piedi, molle e triste come una teen-ager al ballo di fine anno che nessuno ha invitato a ballare.
- Ma lo è.
- E cosa pubblica? Riviste di bulloni?
- Fa un po’ di tutto, come tutti. Devi adattarti, Pikkio, o non lavorerai mai. Non come disegnatore.
- Io lavoro tantissimo come disegnatore!
- E ti paghi l’affitto con quello?!
- Io vivo coi miei!
- Appunto!
Secondo Aperol. Secondo Campari.
- Quindi, Ricky, fammi capire: io passo più tempo a disegnare che a respirare ma in realtà non è un lavoro perché non ricevo soldi in cambio?
- Esatto.
- Per me disegnare è fatica, sudore, disperazione, notti in bianco, depressione, rinascita, adrenalina, speranza…e poi ancora fatica, sudore e disperazione, tutto il giorno, tutti i giorni. Questo è il mio lavoro!
- Oggi dormivi.
- Quando dormo sogno! E i sogni mi ispirano!
- E quando ti droghi? Uguale?
- Sì!
- Il punto è che non puoi andare avanti così. Prima o poi dovrai cavartela da solo. Dovrai mantenerti in qualche modo. E ti auguro che sia grazie al tuo talento.
Terzo Aperol. Terzo Campari.
- Ma perché tu, scusa…tu ti mantieni col tuo “talento”?
- Abbastanza.
- Fai il supervisore in una microscopica casa editrice che pubblica pornazzi da caserma!
- “Erotizzatore”, prego.
- Erotizzatore, scusa! Che cazzo vuol dire poi?! Non l’ho mai capito!
- Descrivo a un disegnatore come attualizzare le scene erotiche dei fumetti pubblicati in passato. Più sudore, più linee cinetiche, più liquidi…stile manga insomma. Poi li ripubblicano come nuovi, con una nuova copertina.
- Ma ti rendi conto?!
- Io l’affitto me lo pago!
- E che fine ha fatto il nuovo Frank Miller?! Che fine ha fatto lo sceneggiatore che voleva cambiare il mondo dei fumetti?! Che fine ha fatto…
- Non esagerare.
- Fammi parlare! Che fine ha fatto il migliore studente del corso di sceneggiatura della Scuola d’Arte Sequenziale? Che fine hanno fatto le sue clamorose sceneggiature?
- Non esagerare.
- Ti ho portato io alla Scuola d’Arte Sequenziale! E ora mi mancano le tue sceneggiature!
- Ma se non ne hai mai finita una! Disegni le prime due tavole, poi ti rompi il cazzo e molli tutto! Per forza ti mancano le mie sceneggiature! Non te ne do più!
- Lo sai perché? Perché tu hai smesso di scrivere!
Quarto Aperol. Quarto Campari.
- Qui dentro c’è il nostro “Asso di Cuori”…l’ho finito, sai?
Pikkio prende in mano il suo book.
- Ah. Tutte e 92 le tavole?
- Sì.
- Ma…incredibile. Ormai avevo perso la speranza…
- E invece.
- Bastavano 4 o 5 tavole per presentarlo a un editore…perché non mi hai detto nulla?
- Le ho disegnate tutte.
- Ma quando…ma ce le hai tutte qui? Fa’ vedere…
- Non te l’aspettavi, eh? Sono drogato, mi rompo il cazzo…e invece l’ho finito! Tutto!
- Fammi vedere, dai!
- No.
- Dai! Molla!
Gli prendo con la forza il book e mi metto a guardare le sue tavole…non posso crederci, l’ha fatto veramente. “Asso di Cuori” è lì davanti a me, sotto i miei occhi. Quelle tavole sono esattamente come le avevo immaginate e descritte nella mia sceneggiatura. Quelle tavole sono favolose.
Poi Pikkio mi strappa di mano il book e lo butta a terra.
- Ma sei scemo?!
Poi prende il suo quinto Campari, ancora bello pieno, e lo versa all’interno del suo book. Estrae lo zippo nero con cui riscalda e fonde il fumo, lo accende e ce lo butta sopra.
Il book prende fuoco. Illustrazioni, splash-page, tavole a matita, tavole a china, storyboards, characters, acquarelli, digitale, le 92 tavole finite di “Asso di Cuori”…tutto l’immaginario malato e colorato di Pikkio e, in parte, il mio, prende magicamente vita in un vortice di fiamme danzanti, spiriti gialli e arancioni e demoni di fumo nero.
Il mondo di Pikkio e, in parte, il mio, prende vita ma per poco. Presto diventa soltanto carta che brucia e fumo che si disperde al vento. Un piccolo atto vandalico agli occhi stupiti e perplessi degli avventori del bar. Un enorme catastrofe agli occhi dell’Arte Sequenziale.
Pikkio osserva le fiamme levarsi dal suo book a terra come Hendrix la sua Fender, e in quel momento hanno lo stesso sguardo.
Le fiamme di Hendrix sublimavano il suo orgasmo creativo, erano il prolungamento stesso del suo inarrestabile estro chitarroso racchiuso nelle sue dita stregate quando finivano le note sulla tastiera del manico Stratocaster. Non poteva che bruciare lo strumento e vederne sprigionare il fuoco come ultimo assolo possibile.
Le fiamme di Pikkio sublimano la sua sconfitta. Una sconfitta masochista, auto-imposta, auto-lesionista. La vittoria della sconfitta. Quel fuoco, in qualche modo, sublima la personalissima arte di Pikkio. Oltre la pubblicazione, oltre il pubblico, oltre le critiche, oltre la consacrazione. Soltanto l’atto di vivere un istante e poi sparire. Un anno di lavoro per creare un’opera completa e un minuto per annientarla. Non letta, non vista, non apprezzata se non dall’autore stesso.
Sublime metafora dell’Arte o colossale stronzata?
Comunque la si veda, “Asso di Cuori” va in cenere. E io osservo ammutolito come davanti al video amatoriale di un incidente mortale. Non so che dire, né che fare. Resto a guardare. Proprio come davanti a un video amatoriale: ti disgusta ma lo guardi lo stesso, un po’ perché ti piace, un po’ perché pensi che in fondo potrebbe anche essere finto. Di fatto non muovi un dito, né per cambiare canale né per fermare quel cerebroleso del cazzo che ha appena bruciato la miglior graphic novel che tu abbia mai scritto nella tua breve e insensata carriera.
Sto per fare qualcosa, tipo buttare acqua sul rogo o dare un pugno in faccia a Pikkio, o almeno dire qualcosa, qualcosa che suggelli quel momento o anche no, mi basta anche solo un urlo, una bestemmia, un vaffanculopikkiotiodio…ma il barista mi precede.
- Pagate aperol e campari, poi fuori dai coglioni o vi denuncio.
Io e Pikkio paghiamo, risaliamo in Vespa e torniamo alle rispettive case. Non ci salutiamo nemmeno.
Sono passati quindici anni da quel giorno. Io continuo a sopravvivere col mio “talento” e torno sempre più raramente al paese dei miei genitori. Non ho più visto né sentito Pikkio. Non so che fine abbia fatto.
La cosa strana è che, a volte, quando fisso intensamente il fuoco di un camino o la fiamma di uno zippo rivedo la faccia di Asso di Cuori, super-eroe immolato sul rogo per la causa.
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